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LA
COTOLETTA DI RADETZKY
Cotoletta o viennese?
Da molti anni gli storici della cucina dibattono sulla paternità
toponomastica della cotoletta: alla milanese o alla viennese?
La diatriba potrà forse apparire di poco conto,
al massimo degna di amabili conversazioni a tavola; ma nel
secolo scorso a Milano le polemiche a proposito sono state
acerrime e, a momenti, finanche sanguinose, a causa delle
evidenti implicazioni patriottiche. A sostegno dei milanesi
a un certo punto è intervenuto, con una missiva
indirizzata al conte Attems, aiutante di campo di Francesco
Giuseppe, un uomo che proprio tenero con i lombardi non
si può affermare sia mai stato: il maresciallo
Radetzky. Nella lettera Radetzky afferma di aver scoperto
a Milano la famosa cotoletta e ne descrive minuziosamente
la ricetta.
La polemica a questo punto sembrò placarsi, poichè
i milanesi interpretarono l'affermazione del feldmaresciallo
come un riconoscimento di identità culturale che
spesso passa anche attraverso le tradizioni culinarie. Si
racconta che il conte Attems, dopo aver ricevuto la missima
di Radetzky, abbia esclamato costernato: "Ahinoi, può
nuocere di più all'impero una cotoletta che le mie
prigioni di Silvio Pellico - basta una cotoletta e fortificare
l'animo del ribelle lombardo e a disfare la vittoria di
Custoza!"
Comunque, per gli amanti della buona tavola, ecco la
ricetta originale della celebre pietanza:
"Prendasi una costoletta di vitello o nodino che abbia
il suo osso attaccato, altrimenti sarebbe almeno esagerato
e fuori luogo chiamarla costoletta... E la si scelga né
troppo grassa né troppo magra, ma più sul
magro che sul grasso. La si stenda sul tagliere e col pestacarne
si cominci a tormentarla dolcemente di modo che le fibrille
della carne non si spappolino, ma si rompano. Quando questa
operazione che può anche durare una ventina di minuti
è finita, la costoletta viene fatta passare in uovo
battuto, poi in pane grattugiato. Anche questa operazione
va ripetuta almeno due volte per garantire una impanatura
perfetta e regolare. Sul fuoco si sarà nel frattempo
messo a sciogliere un grosso pezzo di butirro e poco olio
di oliva finissimo, in modo da giungere alla bollitura.
In esso si faranno passare le costolette che debbono, per
essere mangiabili e perfette, risultare dorate in ogni loro
parte. Prima di portarle in tavola, le costolette vanno
finite, cioè bisogna coprire i 'manici' di ciascuna
con un decoro di carta. Un tempo infatti i buoni milanesi
non avrebbero per nessuna ragione al mondo rinunciato ad
agguantare l'osso e a rosicchiare la saporita carne fino
in fondo. Ci sembra inutile aggiungere che i contorni ideali
sono l'insalata, le patate fritte alla francese, ma specialmente
il risotto alla milanese. E sia eterna lode al Sacro Bue
e ai doni impanabili che esso ci profonde! Nel nome del
padre bue, del figlio vitello e dello spirto mucca, amen."
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